Maria Laura Grifoni

I minori in I.P.M. vivono frequentemente la condizione da “emarginati sociali” e di “esclusi della società” per una reale ed oggettiva difficoltà di integrazione fra vita sociale e sistema carcere. L’assenza di competenze sociali e culturali, la scarsa conoscenza della lingua italiana sia scritta che parlata, i limiti del processo rieducativi cui è finalizzata la pena, tutto sembrerebbe concorrere ad escludere qualsiasi proposta formativa ai detenuti, in particolare ai minorenni.

Eppure l’esperienza ci ha più volte fatto ricredere.

Accostare un ragazzo ad un laboratorio e ad un mestiere, come potrebbe essere il giardinaggio, la falegnameria, la pizzeria, il muratore, ecc. ha spesso significato offrirgli  l’opportunità di scoprire ed apprezzare le proprie risorse personali e soprattutto contribuire ad introdurlo, seppur lentamente, nel mondo adulto. Imparare lavorando, seguendo un ordine e dei criteri adeguati, stimola il giovane a recuperare la fiducia in se stesso ed a comprendere che – basta volerlo- ogni cosa può essere fattibile. La realizzazione concreta del risultato finale costituisce infine un appagamento ed una soddisfazione che va al di là del prodotto finito offrendo un utile servizio agli altri.

Potenziare le attività manuali, artigianali e pratiche ha realmente il pregio di rendere meno pesante il periodo detentivo per il detenuto e di avviare quella riflessione critica dei propri vissuti indispensabile alla creazione di un nuovo e soddisfatto cittadino.

 

 

 

Accostare un ragazzo ad un laboratorio e ad un mestiere vuol dire offrirgli l’opportunità di scoprire ed apprezzare le proprie risorse personali. “imparare lavorando” stimola il giovane a recuperare la fiducia in se stesso ed a comprendere che, basta volerlo, tutto può essere possibile, in quanto, il risultato finale, attraverso la sua concreta realizzazione, costituisce  un appagamento ed una soddisfazione che va al di là del prodotto finito.

Potenziare le attività manuali, artigianali e pratiche non concorre solo ad “alleggerire” l’esperienza detentiva, ma si trasforma in un’esperienza “educativa2 densa di significato in quanto contribuisce a canalizzare le energie in senso positivo e costruttivo, affinché il ragazzo si renda attivamente e concretamente protagonista del proprio processo di crescita e d reinserimento.

 

Maria Laura Grifoni

Direttore I.P.M.

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